L’abbinamento tra il cibo e il vino è un argomento di grande interesse e dai molti risvolti; quindi non può esaurirsi con un semplice elenco di piatti abbinati a semplici vini. Sono dunque necessarie le valutazioni delle sensazioni organolettiche del cibo e del vino, in modo da ottenere una valorizzazione reciproca e raggiungere così un’armonia di gusti.
Partiamo con il precisare che esistono abbinamenti di tradizione,psicologici, di stagione e di valorizzazione. Il primo è l’abbinamento che associa un cibo o un piatto locale a un vino del territorio, spesso con risultati soddisfacenti, perché frutto di consuetudini tramandate da generazioni.
C’è poi un abbinamento psicologico legato a momenti significativi della vita; momenti speciali, ricorrenze, durante le quali abbinare quel vino a quel piatto significa rendere indimenticabile l’evento. Con l’abbinamento di stagione il vino proposto in abbinamento tiene conto della stagionalità dei prodotti e dei vari tipi di cucina che mutano in funzione delle stagioni.
Infine l’abbinamento di valorizzazione che si prefigge di esaltare al massimo le doti del cibo adattandole alle caratteristiche del vino o, viceversa, creando una perfetta armonia fra esse.
L’armonia di un abbinamento cibo-vino si raggiunge per concordanza o per contrapposizione.
Degustare il cibo: analisi attraverso i tre sensi
La degustazione del cibo si sviluppa attraverso gli esami visivo, olfattivo, gustativo (o gusto-olfattivo), anche se solo l’ultimo entra in modo determinante nell’abbinamento con il vino.
- L’esame visivo valuta l’aspetto e può influire positivamente o negativamente sul giudizio dei cibi. Un cibo presentato con un taglio fresco e un colore integro, avrà sempre un aspetto invitante. Inoltre si valuta la presentazione legata all’estetica del piatto, all’armonia cromatica, alla ricchezza di colori e di fantasia.
- L’esame olfattivo sono i profumi del cibo che catturano l’attenzione dei nostri sensi proprio per la loro piacevolezza o per la loro intensità, a volte anche per la loro esuberanza come ad esempio per la presenza di tartufo, scalogno, aglio ecc. Anche la temperatura alla quale si assaggia il cibo incide sull’intensità dei profumi, perché se il cibo è freddo le molecole responsabili dei profumi hanno meno possibilità di volatilizzare e quindi di stimolare le cellule della mucosa olfattiva. Le sfumature dei profumi sia del cibo sia del vino sono importanti per l’abbinamento, trovando un completamento in quelle olfattive e in quelle gustative perché sono strettamente correlate tra loro indipendentemente dalle tipologie dei profumi.
- L’esame gustativo è la fase determinante dell’analisi sensoriale di un cibo. attraverso l’assaggio si individuano e si quantificano le sensazioni legate al sapore, le sensazioni tattili e le sensazioni gusto-olfattive. Saranno queste che determineranno la scelta del vino per l’abbinamento. Tutto ciò è possibile grazie alla presenza sul nostro palato di circa tremila papille gustative, di forma e dislocazione diversa sulla lingua dove sono maggiormente concentrate avremo la massima percezione di una determinata sensazione. Esse sono chiamate papille fungiformi (a forma di fungo), che percepiscono il dolce, il salato e l’acido, le papille caliciformi (a forma di calice) che percepiscono l’amaro e le papille filiformi (a filo d’erba), in grado di percepire sensazioni tattili. Le sensazioni legate al sapore sono: sapidità, tendenza acida, tendenza amarognola, dolcezza e tendenza dolce. Le sensazioni tattili sono: grassezza, untuosità, succulenza e struttura. Le sensazioni gustative sono: speziatura, aromaticità, persistenza gusto-olfattiva.

CONCORDANZA E CONTRAPPOSIZIONE
CIBO VINO
succulenza, untuosità contrapposizione alcolicità, tannicità
aromaticità, speziatura,
persistenza gusto-olfattiva concordanza intensità olfattiva, PAI
sapidità, tendenza acida,
amarognolo contrapposizione morbidezza
tendenza dolce, grasso contrapposizione effervescenza,
acidità/sapidità
dolcezza concordanza dolcezza
struttura, consistenza concordanza corpo
In una società come la nostra, nella quale i confini geo-politici e culturali sono quotidianamente superati, anche l’eno-gastronomia è in continua evoluzione. Negli ultimi decenni si è assistito alla nascita di nuove filosofie culinarie, come la cucina futurista, la nouvelle cuisine, la cucina destrutturata e altre ancora. I ristoranti etnici sono sempre più numerosi e propongono piatti per i quali non esiste un abbinamento tradizionale, perché le culture di molti paesi non contemplano il consumo del vino. Ad esempio a New York e in altre città cosmopolite, ad ogni ora del giorno e della notte, persone provenienti da ogni parte del pianeta si siedono a tavola e consumano cibi di ogni tipo. Tutto questo non può essere ignorato, pur senza dimenticare le proprie radici gastronomiche. Al contrario, la creazione di nuovi abbinamenti, stimola la fantasia e dà luogo a sperimentazioni e stimolanti confronti.
L’ approccio verso l’abbinamento del cibo con il vino deve essere meticoloso e rigoroso, applicabile e riconducibile a tutti i cibi e a tutti i vini, non solo codificato da ripetuti assaggi e dall’esperienza. Principi basati sulla valutazione delle sensazioni percepite nell’assaggio dei cibi e dei vini, chiari, e influenzati il meno possibile dai gusti personali, sono alla base della tecnica e della scheda grafica di abbinamento elaborata dall’associazione italiana sommelier.
Sapidità, tendenza acida e tendenza amarognola, tendenza dolce e grassezza, untuosità e succulenza, cioè la maggior parte delle sensazioni saporifere e tattili percepite in un cibo, si abbinano per CONTRAPPOSIZIONE e ricercano quindi nel vino la caratteristica opposta. Per fare qualche esempio UN CIBO CON TENDENZA ACIDA richiede un vino con adeguate doti di MORBIDEZZA, che si contrappongono alla sua acidità creando una piacevole armonia. Se il vino fosse particolarmente fresco, la sua acidità farebbe risaltare ancora di più quella del cibo.
Ancora più chiaro è forse l’esempio di una preparazione con SPICCATA SUCCULENZA: il vino in abbinamento deve ASCIUGARE LA BOCCA, grazie alla presenza di ALCOL ED EVENTUALMENTE DI TANNINI.
Questo principio non è sempre applicabile, perché alcune sensazioni percepite assaggiando i cibi, devono abbinarsi per CONCORDANZA. In questi casi alla caratteristica del cibo deve corrispondere quella analoga nel vino. L’esempio più immediato è quello dei dessert, che si abbinano con i vini dolci.
LA SAPIDITA’
Facile da riconoscere, la sapidità è una delle quattro sensazioni saporifere fondamentali del cibo, legata soprattutto alla presenza di sale (NaCl), eventualmente in presenza di altri sali. Ed è una componente della DUREZZA del cibo, come la TENDENZA AMAROGNOLA e la TENDENZA ACIDA. L’ assaggio della maggior parte dei salumi, coppa e pancetta, lardo e salame, della carne salata e dei formaggi freschi ma ancor più di quelli stagionati, offre una sapidità spiccata, grazie al sale addizionato durante una specifica fase della loro produzione. Il tempo passato in enormi magazzini di stagionatura o in piccole grotte scavate nella roccia fa la sua parte, permettendo la concentrazione di tutti i sapori, quindi anche della sapidità. Anche nei pesci come l’aringa, il baccalà e lo stoccafisso, la particolare tecnica di preparazione determina un incisivo aumento della sapidità.
Oltre a questi cibi, nei quali il sale viene aggiunto durante le fasi produttive, questo cristallo regala il suo sapore più o meno incisivo a tutte le preparazioni, a partire dalle insalate più semplici e dall’acqua di cottura della pasta e del riso, per arrivare agli arrosti di carne e alle grigliate di pesce. Nella maggior parte dei casi la mano di chi lo addiziona deve essere delicata, per non provocare una sapidità eccessiva e sgradevole, che potrebbe far percepire quasi una sensazione amara. In questo caso il cibo non sarebbe sapido ma salato!
La sapidità di una preparazione può essere resa più percettibile anche con un pizzico di GLUTAMMATO MONOSODICO, la base dei comuni dadi da brodo, definito un esaltatore della sensazione salina già presente nel cibo.
LA TENDENZA AMAROGNOLA
La tendenza amarognola è un’altra sensazione saporifera fondamentale,riconducibile a una durezza del cibo. Ed è altrettanto importante parlare di tendenza amarognola e non di SENSAZIONE AMARA. Innanzitutto è improbabile che un cibo sia veramente amaro, ma se così fosse sarebbe sgradevole e renderebbe impossibile qualunque tentativo di abbinamento.
RADICCHIO DI TREVISO, CARCIOFI, CICORIA E SPINACI CRUDI, sono alcuni ortaggi che contengono sostanze che determinano tendenza amarognola, percepita anche in alimenti come il FEGATO O I FORMAGGI come il pannerone o gli erborinati. ANCHE ALCUNE SPEZIE come il pepe nero, possono lasciare un fondo amarognolo, così come ALCUNI OLI EXTRA VERGINE DI OLIVA.
Ma in questi casi il livello di percettibilità è molto basso a meno che l’addizione di spezie, più raramente quella di erbe aromatiche specialmente se sottoposte a una cottura prolungata, sia stata molto abbondante.
Se si assaggiano un trancio di salmone o uno spiedino di calamari alla griglia, un petto di pollo o una costata di manzo cotti alla piastra o ancora un misto di formaggi e verdure grigliate, si può percepire una tendenza amarognola più o meno spiccata.
Attenzione però a non fare mai una degustazione virtuale, basata sul titolo del piatto o sul semplice elenco degli ingredienti.
La percezione di questa sensazione cambia infatti in funzione della leggera carbonizzazione della superficie dell’alimento e della possibilità o meno di eliminarne la buccia o la pelle. Nel caso dell’orata alla griglia, la pelle è eliminata, mentre nel caso dello spiedino il calamaro resta tale e quale: è ovvio che nel primo caso la sensazione di tendenza amarognola sarà meno percettibile rispetto al secondo.
Quello che può stupire è che la tendenza amarognola può essere percepita anche in alcuni dessert, nei quali il caffè e soprattutto la polvere di cacao esprimono la loro forte personalità. Per non parlare di tavolette e praline di cioccolato fondente, che sono soliti stimolare abbinamenti fantasiosi.
E sfumature di tendenza amarognola si percepiscono anche in una soffice crème brulée o crema catalana, seppur in modo più delicato.
LA TENDENZA ACIDA
Altra sensazione gustativa fondamentale e altra durezza del cibo, la tendenza acida esprime un’acidità sfumata. Un cibo decisamente acido è sgradevole e non lascia speranze per qualunque tentativo di abbinamento.
Agrumi e altri frutti ricchi di acidità, insalate condite con molto aceto e pesci marinati in abbondante limone, non sono proposti con alcun vino, perché nessuno potrebbe reggere il confronto con la loro acidità.
A proposito dell’aggiunta del succo di limone, si può fare qualche altra osservazione. A volte si assiste all’aggiunta abbondante e indiscriminata di questo succo su bresaola e carpacci vari, pesci alla griglia e crostacei gratinati, cotoletta alla milanese e fritto misto di mare. I gusti sono gusti ma l’acidità del limone interferisce indiscutibilmente con il sapore del cibo, SNATURANDONE LE DOTI ORIGINARIE. Senza contare che ne fa variare moltissimo la consistenza, provocando il “rammollimento” della cotoletta e del fritto misto, nei quali la croccantezza dovrebbe essere una delle caratteristiche più apprezzate.
IL POMODORO, colorato e succoso ingrediente della solare cucina mediterranea, è ricco di acidità e quindi regala la sensazione di tendenza acida a tutte le preparazioni nelle quali compare.
L’ACETO in quantità abbondante è uno dei peggiori nemici del vino, ma c’è un eccezione:l’aceto balsamico di Modena o di Reggio Emilia, fluido, denso e lucente, un po’ sminuito dalla definizione di aceto. Le note acide non sono molto aggressive, ammorbidite dalle vellutate sostanze aromatiche e delicatamente dolci che si vengono a creare durante la particolare produzione e i numerosi anni di invecchiamento. L’abbinamento dei piatti nobilitati con qualche stilla di questo prezioso prodotto non è comunque dei più facili, perché sono necessari vini di struttura, maturi, dotati di grande morbidezza e persistenza gusto-olfattiva.
LA DOLCEZZA
La più gradevole sensazione saporifera è la dolcezza, apprezzata fin dai primi anni di età, facile da riconoscere e quantificare.
Tutti i DESSERT sono dolci, con diverse intensità a seconda della quantità di zucchero e di altri ingredienti.
Il MIELE è dolcissimo, grazie a una composizione data quasi esclusivamente da fruttosio e glucosio, IL LATTE è dolce perché contiene una buona quantità di lattosio, così come LA FRUTTA, più o meno ricca di fruttosio. Soprattutto la frutta essiccata e quella candita.
Negli ultimi anni gli zuccheri semplici sono a volte sostituiti da dolcificanti artificiali come l’aspartame, sia per rendere più dolci bevande come il caffè e tè sia per la confezione di torte e biscotti dietetici. Il gusto non cambia molto, soprattutto se si dosano adeguatamente, anche se alcuni come la saccarina, possono lasciare un leggero finale amarognolo. Bavaresi e budini, cartellette con frutta fresca e secca, pasticcini al cioccolato e al caffè, biscotti con varie farciture, cannoli siciliani e pastiera napoletana, sono tutti dolci ma in modo molto diverso. La dolcezza di un bignè, di un pasticcino a base di miele o di pasta reale, sarà più percettibile di quella di un biscottino secco da tè o di una fetta di crostata ai frutti di bosco.
Oltre che dalla diversa quantità di zucchero, la percezione della dolcezza è condizionata dalla presenza di altri ingredienti. L’addizione di cacao, a parità di quantità di zucchero, incrementa l’aromaticità e la tendenza amarognola, la struttura e la persistenza gusto-olfattiva, equilibrando in modo diverso il sapore di una torta e smorzandone la dolcezza. Non solo, perché in crostate preparate con la stessa pasta frolla di base, si può percepire la dolcezza in modo diverso a seconda del tipo di frutta, di marmellata o di crema utilizzato per la farcitura.
LA TENDENZA DOLCE
Sempre gradevole e delicata, spesso un po’ nascosta dall’aggressività di altre sensazioni, la tendenza dolce, ricorda una sfumata dolcezza e può essere ricondotta a una morbidezza del cibo. Si percepisce in moltissimi alimenti preparazioni, MA NON NEI DESSERT, perché in quel caso si deve parlare solo ed esclusivamente di dolcezza.
Ortaggi come carote e cipolle, zucca e zucchine e poi pane e polenta, riso e pasta, quindi tutti i cereali e i loro derivati, così come le patate e i legumi, piselli e fagioli, ceci e lenticchie, sono tra gli alimenti con tendenza dolce più spiccata.
Se alcuni di questi ingredienti sono miscelati in preparazioni come un risotto con le zucchine, una crema di zucca o di patate e porri, una zuppa rustica di orzo, ceci e lenticchie, la tendenza dolce diventa ancor più percettibile.
L’amido non è dolce, ma durante la masticazione viene demolito e libera zuccheri semplici come le destrine e soprattutto il maltosio, dotato di un delicato potere dolcificante e quindi responsabile della tendenza dolce.
Gamberi e scampi, granseola e canocchie, sogliola e rombo, calamaretti e seppioline, carne di cavallo e di manzo (soprattutto al sangue), salsicce e prosciutto cotto, sono altri alimenti nei quali la tendenza dolce è ben percettibile.
Tra i condimenti, quelli a base grassa come burro e panna da cucina, pancetta e lardo, già dotati di una buona tendenza dolce, sono in grado di accentuare questa sensazione nelle preparazioni nelle quali sono addizionati.
I cappellacci di zucca conditi con burro e parmigiano sono un vero trionfo di morbidezza e sapori, sui quali spicca una inconfondibile tendenza dolce. Un altro esempio di primi piatti: farfalle con panna, prosciutto cotto e piselli freschi.
Alcune perplessità si possono avere con l’assaggio dei cibi nei quali si percepiscono in modo accentuato sensazioni dominanti di sapidità, aromaticità e altre ancora. Molti formaggi e salumi sono gli esempi più eclatanti. La tendenza dolce è infatti una “sensazione gentile”, che rischia di essere prevaricata da quelle più “prepotenti”. Attenzione dunque a non lasciarsi ingannare e a trascurare questa sensazione così tenue e delicata.
LA GRASSEZZA
Sensazione tattile che riporta al concetto di morbidezza è anche la grassezza, percepita con un senso di pastosità in bocca e di patinosità sulla lingua.
GRASSI SOLIDI, quindi prevalentemente di origine animale, si stemperano in bocca delicatamente soffici e cremosi.
Il tuorlo dell’uovo sodo e quasi tutti i formaggi morbidi come il gorgonzola e il taleggio o consistenti e granulosi come il parmigiano e molti pecorini, una sottile fetta di lardo o quella spessa di un salame stagionato e la maggior parte dei salumi, sono tutti cibi che sembrano fondere in bocca e nei quali la grassezza è chiaramente percettibile. Così come zamponi e cotechini, che non mancano mai sulle tavole per le festività di fine anno, accompagnati da una cucchiaiata di purea di patate o delle beneauguranti lenticchie. La loro grassezza impasta la bocca, anche per una certa collosità, dovuta alla presenza nell’impasto di tessuto connettivo. La cottura provoca la trasformazione del collagene in gelatina, responsabile della particolare sensazione un po’…..appiccicaticcia.
Oltre che per la quantità di grassi, la grassezza è percepita anche in funzione di altri componenti e della struttura del cibo.
La grassezza percepita assaggiando una fetta di mortadella è diversa da quella del tuorlo d’uovo sodo, che tende ad impastare di più la bocca, non solo per la diversa percentuale di grassi, quanto proprio per la diversa struttura. Sempre parlando di uova, il tipo di cottura, determina una diversa percezione di grassezza che è massima nel caso dell’uovo sodo. Se questo è accompagnato anche dalla maionese, oltre alla grassezza si percepisce anche un po’ di untuosità (dovuta all’olio che contiene). Anche assaggiando un tuorlo all’occhio di bue si percepisce un po’ di untuosità: in questo caso il tuorlo rimane fluido perché le proteine non fanno in tempo a coagulare sotto l’effetto del calore.
IL BURRO RAPPRESENTA UN MORBIDO TRABOCCHETTO. Grasso solido da conservare a bassa temperatura, quando lo si assaggia poco dopo averlo prelevato dal frigorifero, rivela una netta sensazione di grassezza. Spesso il burro è però impiegato dopo fusione e allora in bocca si percepisce soprattutto untuosità. Come in un piatto di ravioli conditi con burro e salvia. Per fare un esempio, se si prende un pezzetto di burro dal frigorifero e lo si mette immediatamente in bocca, si percepisce subito la sua grassezza, in particolare sulla lingua. Se però lo si tiene in bocca e lo si fa fondere, nel giro di pochi secondi si percepisce una crescente sensazione di untuosità. Ripercorrendo idealmente tutti questi assaggi, emerge sempre un’altra costante, la tendenza dolce, che come ricordato è esaltata proprio della grassezza dei cibi.
L’UNTUOSITA’
Sensazione tattile percepita con un senso di scivolosità in tutta la bocca, sulla lingua, sulla mucosa orale e sul palato, l’untuosità è legata alla presenza di oli o di grassi fusi, comunque allo stato fluido.
Alcuni oli extra vergine di oliva ottenute da cultivar differenti hanno una fluidità diversa da quella dell’olio di arachide e di mais, di girasole e di soia. A parità di quantità di olio impiegato si percepiscono quindi diverse sensazioni di untuosità.
La differente percezione di untuosità dipende anche dall’alimento assaggiato.
Un’insalata di mare aromatizzata con un po’ di prezzemolo, aglio e olio extra vergine di oliva e una bruschetta, sempre condita con olio extra vergine, determinano differenti sensazioni di untuosità. Nel primo caso la struttura muscolare di pesci, crostacei e molluschi, limita moltissimo l’assorbimento dell’olio, mentre nel secondo caso il pane tende ad assorbirne di più. Quindi l’untuosità è più percettibile nel caso della bruschetta impregnata di olio che si libera in bocca con la masticazione che non piuttosto per l’insalata di mare dove l’olio rimane in parte nel piatto.
La percezione di untuosità può variare anche in funzione della presenza o meno di un altro ingrediente. Due piatti di pasta conditi con la stessa quantità di olio, si differenziano per l’aggiunta o meno di una spolverata di grana. Ovviamente all’assaggio dei due piatti, l’untuosità è più percettibile nella pasta senza formaggio, perché nell’altro l’olio è stato assorbito dal formaggio stesso.
Oltre che nelle preparazioni nelle quali il burro fonde per effetto del calore, l’untuosità può essere percepita assaggiando una fetta di arrosto bardato con lardo o pancetta, salsiccia alla griglia, costine di maiale o anguilla alla brace, brasati o insaccati cotti, nei quali i grassi solidi, anche infiltrati nel tessuto muscolare, in parte fondono e passano allo stato fluido, determinando una parziale untuosità.
LA SUCCULENZA
Sensazione tattile percepita all’interno di tutta la cavità orale, la succulenza è legata alla presenza di liquidi in bocca, dovuta a cause diverse.
La masticazione di un boccone di MOZZARELLA DI BUFALA o di un FILETTO AL SANGUE, favorisce la fuoriuscita dei SUCCHI presenti nell’alimento che determinano la SUCCULENZA INTRINSECA. Anche la TEMPERATURA gioca un ruolo importante. La succulenza di un filetto degustato caldo, è più percettibile di quella di una fetta di roast-beef, servito freddo.
Brasati, spezzatini e zuppe di pesce cotti in VINO, SALSA DI POMODORO O BRODO, sono preparazioni nelle quali è più percettibile la succulenza per ADDIZIONE DI LIQUIDI.
LA SUCCULENZA INDOTTA è invece determinata dai cibi che determinano ABBONDANTE SALIVAZIONE durante la masticazione, ma ancora di più SIBITO DOPO LA DEGLUTIZIONE. TUTTI GLI ALIMENTI PROVOCANO SUCCULENZA INDOTTA, ma con livelli di percettibilità molto diversi.
Nella maggior parte dei casi i cibi che provocano maggior succulenza indotta sono poveri di acqua o di succhi interni e hanno dunque bisogno che sia prodotta saliva per la loro deglutizione. Alcuni di questi cibi sono davvero succulenti, mentre per altri la salivazione è solo temporanea, interrotta quasi subito dopo la deglutizione. Dubbi non ci sono se si assaggia una SCAGLIA DI FORMAGGIO STAGIONATO, PERCHE’ ANCHE DOPO LA DEGLUTIZIONE SI PERCEPISCE UNA NETTA SUCCULENZA. Al contrario sono del tutto leciti quando si mastica un GRISSINO O UNA CROSTATA DI FRUTTA. I grissini sono i più poveri di acqua, quindi si potrebbe pensare che inducano una forte succulenza. In realtà la salivazione cessa subito dopo la deglutizione. Assaggiando la crostata di frutta si nota invece che la salivazione continua anche dopo la deglutizione, non tanto per effetto della pasta frolla di base, ma per la presenza di confetture o di vari tipi di frutta, dotati anche di una buona succulenza intrinseca.
Altre caratteristiche che inducono la succulenza degli alimenti sono anche L’ADDIZIONE DI SPEZIE ED ERBE AROMATICHE, UNA BUONA SAPIDITA’ E AROMATICITA’, TENDENZA AMAROGNOLA E TENDENZA ACIDA. ALIMENTI MARINATI CON VINO, ACETO O LIMONE, CAUSANO SPESSO UN’ACCENTUATA SUCCULENZA SIA INDOTTA SIA PER AGGIUNTA DI LIQUIDI.
LA SPEZIATURA
PEPE E CHIODI DI GAROFANO, CURRY E ZAFFERANO, CANNELLA E VANIGLIA, ANICE STELLATO E CARDAMOMO e tante altre ancora, le spezie danno ai cibi una particolare e stuzzicante sensazione gusto olfattiva, pungente o dolce a seconda dei casi. Basti pensare al pepe, anzi alle diverse tipologie di pepe che arricchiscono numerose preparazioni. IL PEPE NERO E’ PIU’ POTENTE DI QUELLO BIANCO, QUELLO VERDE PORTA CON SE’ NOTE ERBACEE MA UNA SPEZIATURA PIU’ DELICATA, QUELLO ROSA E’ PIU’ SFUMATO ED ELEGANTE.
Utilizzate singolarmente o in combinazioni varie ed assortite, LE SPEZIE INFLUENZANO IL PROFUMO, LA STRUTTURA, L’INTENSITA’ E LA PERSISTENZA GUSTO-OLFATTIVA, nel caso del curry e dello zafferano, della paprika e del peperoncino, ne influenzano anche il colore. Una decisa speziatura, legata a forti addizioni di pepe nero o di peperoncino, soprattutto se accompagnate da una cottura prolungata, può causare una certa tendenza amarognola, che non deve mai superare la soglia di percettibilità per non diventare sgradevole.
QUANTITA’, TIPOLOGIA E COMBINAZIONE DI SPEZIE, portano alla percezione di speziature molto differenti, a volte appena accennate, a volte preponderanti su tutte le altre.
Speck e coppa piacentina, pancetta e mortadella, salame toscano e calabrese, diversi formaggi, su tutti il pecorino siciliano con grani di pepe nero, sono solo alcuni dei cibi fortemente speziati.
Il classico risotto alla milanese colorato con lo zafferano, i gamberi al curry con riso pilaf, il gulasch ungherese declinato su intense speziature di paprika, i salmì di selvaggina, il filetto al pepe verde e il salmone al pepe rosa, offrono colori profumi e sapori inconfondibili. E si arriva alla speziatura dei biscottini alle spezie, dello strudel alla cannella, della bavarese alla vaniglia e di tutti i dessert ai quali un velo di zucchero vanigliato aggiunge un tocco di gentilezza, come il pandoro e il panforte.
Sotto la “voce” speziatura, rientra anche la piccantezza. Apprezzata dai palati forti, è una sensazione tattile non facile da definire, pungente e penetrante, a volte associata a una forte speziatura. La cucina di alcune regioni italiane, soprattutto nel sud più assolato, è piuttosto piccante, ma niente se messa a confronto con quella di altre zone del mondo, soprattutto nordafricane, centroamericane e orientali. Sempre in luoghi sferzati dal calore e dall’arsura. Sempre nei luoghi dove non esiste la cultura del vino, in alcuni casi addirittura inserito tra le bevande vietate dalla religione, che non permette il consumo di alcol. La piccantezza non è la sensazione più semplice da equilibrare per raggiungere un abbinamento armonico. Anzi, è possibile fare un tentativo con qualche speranza di esito positivo solo se si mantiene entro certi limiti di percettibilità, oltre i quali non c’è niente da fare. E IL VINO DEVE ESSERE MORBIDO.
L’AROMATICITA’
Odoroso filo conduttore di tutte le cucine, l’aromaticità è un’altra sensazione gusto-olfattiva determinante nel caratterizzare il profilo sensoriale di un cibo. ANZI FORSE E’ QUELLA CHE LO INFLUENZA DI PIU’, PERCHE’ TUTTI GLI ALIMENTI E TUTTE LE PREPARAZIONI, HANNO UN LORO SAPORE PARTICOLARE CHE LI DISTINGUE DA TUTTI GLI ALTRI, INDIPENDENTEMENTE DAI QUATTRO SAPORI FONDAMENTALI: SALATO, AMARO, ACIDO E DOLCE.
TUTTI I CIBI HANNO UNA LORO AROMATICITA’, a volte quasi timida e nascosta sotto sensazioni forti come la speziatura, la sapidità e la tendenza amarognola, a volte sotto una piacevole dolcezza o tendenza dolce.
I FORMAGGI per esempio, hanno spesso una forte aromaticità, che spicca negli erborinati e in quelli stagionati, ma si fa riconoscere molto bene anche in quelli a crosta lavata e in quelli freschi ottenuti dal latte di capra, oppure in una succulenta mozzarella di bufala campana, nella quale è più incisiva rispetto a un fior di latte vaccino.
Anche tutti i SALUMI mettono in mostra una certa aromaticità, gli affumicati su tutti, oltre a quelli nei quali c’è l’addizione di qualche erba aromatica, come nel salame mantovano all’aglio o la finocchiona toscana.
I DIVERSI OLI EXTRA VERGINE DI OLIVA influenzano l’aromaticità di un piatto a seconda della loro cultivar. Non è un caso che i sommelier dell’olio compilino delle apposite carte (sempre più frequenti nei ristoranti) o in ogni caso diano consigli utilissimi per creare l’abbinamento migliore a seconda della composizione dei piatti. Sempre tra i condimenti grassi, un pezzetto di burro sciolto in bocca, libera lentamente la sua sottile aromaticità, offerta con garbo a tutte le preparazioni nelle quali è impiegato, sia salate sia dolci. Tutti i piatti profumati con qualche ERBA AROMATICA, ovviamente regalano una bella aromaticità: la cosa importante è non farsi trarre in inganno, pensando che questa sensazione sia legata all’addizione di qualche fogliolina di rosmarino o di salvia, di origano o di prezzemolo. Solitarie o in combinazione tra loro, molte erbe aromatiche dettano il carattere di una preparazione, a volte decisivo per la scelta di un vino in abbinamento.
Sensazione a volte meno aggressiva della speziatura, l’aromaticità può risultare altrettanto percettibile in funzione del tipo di erba aromatica impiegata, della quantità e dello stato di conservazione, se fresco o essiccato.
TROFIE AL PESTO, RAVIOLI CON BURRO E SALVIA, INSALATA CAPRESE CON ORIGANO, BOLLITO CON SALSA VERDE, FILETTO AL DRAGONCELLO, AGNELLO AL TIMO E SALMONE ALL’ANETO, sono piatti chiaramente declinati su un inconfondibile aromaticita’ sia per le loro doti intrinseche sia per la presenza di erbe aromatiche.
Al momento del dessert, non c’è che l’imbarazzo della scelta. IL CAFFE’ nel tiramisù, IL CACAO, in tutti i dolci al cioccolato e in golosi assortimenti di bon bons, praline, cremini e tavolette da degustazione, IL GRAND MARNIER nelle crepe suzette E ALTRI LIQUORI E DISTILLATI, FRUTTA FRESCA E SCIROPPATA, CANDITA E SECCA, sono tutti ingredienti che arricchiscono l’aromaticità di un dolce fine pasto.
LA PERSISTENZA GUSTO-OLFATTIVA
Si assaggiano cibi e li si degusta con attenzione. Poi si deglutisce. Alcuni lasciano in bocca un insieme di sensazioni che durano molto, un lungo finale, altri svaniscono in pochi attimi.
LA PERSISTENZA GUSTO-OLFATTIVA, come già noto nella degustazione del vino, è valutata in base alla permanenza in bocca, dopo deglutizione, DELL’INSIEME DELLE SENSAZIONI SAPORIFERE, TATTILI E GUSTO-OLFATTIVE.
QUALI SONO GLI ELEMENTI CHE CREANO LA PERSISTENZA GUSTO-OLFATTIVA? INNANZI TUTTO LE SINGOLE SENSAZIONI GIA’ TRATTATE, ALCUNE IN MODO PIU’SIGNIFICATIVO, COME LA SPEZIATURA, LA SAPIDITA’, LA TENDEENZA AMAROGNOLA E L’AROMATICITA’, ALTRE MENO, COME QUELLE TATTILI E LA SFUMATISSIMA TENDENZA DOLCE.
OGNI CIBO HA UNA PROPRIA PERSISTENZA GUSTO-OLFATTIVA, a seconda della sua composizione, delle erbe aromatiche, delle spezie e dei condimenti aggiunti, della tecnica di cottura o di conservazione.
Tra i formaggi ad esempio, la persistenza gusto-olfattiva del BRIE E’ INFERIORE A QUELLA DEL FORMAGGIO DI FOSSA, così come quella del PROVOLONE DOLCE rispetto a quella del GORGONZOLA NATURALE. Analogamente UNA FETTINA DI CARNE DI VITELLO COTTA IN PADELLA, ha una persistenza che non regge il confronto con quella di un COSCIOTTO DI CERVO IN SALMI’, QUELLA DEL PROSCIUTTO COTTO svanisce in breve tempo rispetto a quella di una SOPPRESSATA, quella del SALMONE FRESCO AL FORNO rispetto a quella del SALMONE AFFUMICATO ecc.
di Iuri Scarponi.